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Giacomo Merchi: Chamber Music with Violin and Guitar

Al 1751 risale l’annuncio di un concerto a Reims dei fratelli Giacomo e Bernardo Merchi, quando tennero il 25 maggio un’esibizione con liuti, colascioncini, tiorbe e mandolini. Giacomo Merchi (talvolta Merchy, Melchy, Merci) pubblicò i propri rivoluzionari metodi a Londra e Parigi, dove ebbe una profonda influenza sullo sviluppo della tecnica nei decenni seguenti. Fétis sostiene che nel 1789 un Merchi fosse ancora attivo a Parigi, così come tutte le biografie ottocentesche (Laborde, Choron, Schmidl). Bernardo Giuseppe (Brescia, 28 novembre 1723 – Parigi, 22 maggio 1793) e Giacomo Merchi (Brescia, 18 agosto 1726 – Parigi, 1800 ca.) erano appartenenti a una storica famiglia di musicisti. Le molte opere pubblicate dai due fratelli costituiscono la cartina tornasole dei cambiamenti che stavano segnando la storia della chitarra: a titolo esemplificativo nell’Op.VII viene insegnata l’accordatura per la chitarra ancora con corde raddoppiate, mentre nell’Op.XXXV si passa già a trattare l’accordatura per sei corde semplici, definite più pratiche da trovare, da accordare e da pizzicare. Nell’Op.VII i Merchi avevano già bandito l’utilizzo della intavolatura sostenendo che generasse accompagnamenti di routine e senza misura. Evidentemente l’autore (probabilmente Giacomo) cambiò parere se una quindicina di anni dopo dedicò agli abbellimenti un intero trattato: la differenza non è irrilevante, perché segna il passaggio dalla pratica antica dell’apprendimento musicale a bottega al metodo e agli esercizi studiati in autonomia dall’allievo, con l’eventuale semplice controllo del maestro. L’apertura del trattato alle novità tecniche è rimarcata anche dal Mercure de France che, nel 1770, descriveva il signor «Melchy» come un sostenitore di un nuovo metodo di accordare e disporre i tasti dello strumento, inventato da Nicolas Gosset, liutaio di Reims. Non mancano nel metodo di Merchi indicazioni didattiche ed estetiche significative: le note fondamentali degli accordi sono stampate in diverso carattere, in modo che si possa cogliere a colpo d’occhio la natura dell’accordo stesso. Si raccomanda inoltre di non esagerare nelle variazioni quando si accompagna la voce: in sintonia con J.J. Rousseau si sostiene che l’accompagnatore debba pensare a valorizzare la voce e non ad attirare su di sé l’attenzione. L’interesse per Rousseau, d’altra parte, è dimostrato da alcune sue melodie incluse nell’Op.XXXVI: i Merchi aderiscono all’illuminismo e ai canoni galanti di semplicità negli accompagnamenti e di gusto per la melodia chiara, aggraziata da semplici abbellimenti. I Merchi contribuiscono così a fornire ai chitarristi un repertorio di miglior qualità: nei Duetti per chitarre entrambi gli strumenti hanno pari importanza. Anche dal punto di vista pedagogico i Merchi si dimostrano interessati più alla musica d’insieme che «a solo». Lo stile cambia nel corso delle diverse opere: nell’Op.III (probabilmente di Giacomo), del 1755-60 circa, generalmente la prima chitarra espone il tema e la seconda lo riprende alla terza inferiore, con la dinamica indicata raramente. L’Op.XII presenta invece maggior ricchezza ritmica: l’autore riprende alcuni pezzi dell’Op.III e li adatta per chitarra e violino (con sordino per bilanciare meglio le sonorità dei due strumenti). In quest’opera Merchi rivela maggior maturità nello stile concertante, con grande ricchezza di sfumature, articolazioni e ornamenti, sempre preoccupato di far progredire il linguaggio musicale con nuove soluzioni tecniche tese a padroneggiare ricche possibilità espressive.
Uno dei due fratelli potrebbe essersi trasferito a Londra: alcune opere sono, infatti, edite nella capitale inglese, genericamente firmate «M. Merchi». La prima notizia riguardo ai Merchi risale al 1751, quando i fratelli si esibirono a Rennes in un concerto per tiorba, liuto, mandolino, colascione e si affermarono come virtuosi di questi strumenti. L’annuncio del concerto (25 maggio) li definisce veneziani, musicisti da camera di sua maestà il re di Sardegna e segnala che i due fratelli rivendicano l’invenzione di un «calasoncino» a due corde. Nel 1752 i Merchi erano a Francoforte sul Meno; il 22 gennaio 1753 ai Concert spirituel di Parigi in un concerto per 2 colascioni. A Parigi i Merchi fecero della chitarra il loro strumento prediletto e vissero insegnandone la tecnica e le composizioni. Un privilège générale consentì ai Merchi di pubblicare la propria musica vocale e strumentale: ogni anno, dal 1760 al 1780, furono editi uno o due libri per chitarra. La loro attività è dunque testimoniata da oltre trenta volumi, per la maggior parte composti di arie celebri accompagnate da chitarra, duetti, danze, variazioni; scrissero anche opere vocali in francese. La loro produzione (sonate, duetti, trii, divertimenti per strumenti a corda, opere vocali e ariette) si inserisce perfettamente nel contesto parigino prerivoluzionario, in seno a una sempre maggior pluralità di generi praticabili e di una crescente assimilazione della musica proveniente dal Nord Italia. Si tratta di brani tecnicamente abbordabili, intrisi di un sentimentalismo sofferto e vagamente impegnato, in cui vengono toccati con leggerezza i luoghi comuni tipici della tirannia dell’amore, espressione di una melliflua sensualità garbata e salottiera. La retorica affettiva della perfetta borghesia cela una sottile ironia riguardo a baci rubati, parole non dette, riflessioni sul piacere e innocenti peccatucci in un rapporto dialettico tra attrazione e ricerca della verità.
Il passaggio dalla chitarra barocca a cinque cori a uno strumento riconoscibilmente moderno con sei corde singole ha avuto luogo gradualmente durante la seconda metà del XVIII secolo in Spagna, Francia e Italia. Molti dei contemporanei parigini di Merchi favorivano ancora i cinque cori doppi, per esempio Bailleux (1773) e Baillon (1781): sembra che siano stati chitarristi dall’Italia e dalla Francia meridionale principalmente responsabile dell’introduzione delle corde singole, inizialmente montate su strumenti concepiti per i doppi corsi. Nel 1785 i produttori di Marsiglia e Napoli costruivano già chitarre specificamente per sei corde singole. I cambiamenti nello strumento di base erano molti: la chitarra ha progressivamente perso i punti di contatto con il liuto, stabilendo nei primi decenni del XIX secolo la forma che sarebbe diventata l’archetipo dello strumento moderno. L’introduzione della sesta corda, in concomitanza con il passaggio dall’intavolatura alla notazione (nel decennio 1755-1765), si deve per lo più ai lavori parigini di Merchi, Lagarde e Corrette. Fu generalmente accettata la pratica di utilizzare la chiave di violino per la notazione, trasformando la chitarra in uno strumento traspositore di ottava. Giacomo Merchi stesso si attribuisce il merito del passaggio dall’intavolatura alla notazione, basandosi sui modelli del canto e del violino. E’ probabile che Merchi decise di utilizzare un solo pentagramma per semplificare il travaglio degli esecutori dilettanti (pubblicando ancora anche la intavolatura, come nell’Op.4).
Dopo la metà del Settecento, seguendo i progressi tecnici e le trasformazioni degli ideali estetici, la chitarra abbandonò progressivamente il suo attaccamento al barocco: Merchi fu senz’altro un artista raffinato, cosmopolita e moderno precursore di questa tendenza. I suoi due trattati segnano certamente un balzo verso una nuova pedagogia strumentale giacché tutte le indicazioni lasciate dai predecessori, talvolta anche zelanti, riguardavano nello specifico le proprie musiche, con indicazioni molto precise su come andassero eseguiti abbellimenti e altri passaggi nella maniera più consona.

Note di Gabriele Zanetti,
Brescia, 23 aprile 2019

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